Per un 2018 più noioso: fare meno e osservare di più

Mentre pensavo se fare un bilancio di questo 2017 e mettere in fila tutto ciò che ne è stato, ho letto questo stupendo pezzo di un’artista americana che parla di birdwatching, di osservare più che guardare e che, soprattutto, parla della noia. E ho pensato che non avevo più voglia di pensare al 2018 in opposizione o fondato in qualche modo sul 2017 ma lo volevo immaginare in maniera diversa e anticiclica. “Anticiclico”, un termine caro agli economisti che definisce qualcosa che va in senso contrario a cosa succede in un dato momento. Tipo: l’economica è generalmente in crisi ma qualche settore va invece bene. Ecco spiegato il concetto di anticiclico (ci sono settori costantemente anticiclici, tipo le onoranze funebri — per motivi facilmente comprensibili).

Nel generale contesto socio-economico ossessionato dalla produttività, dall’agire solo in funzione del guadagno, dal fine che giustifica i mezzi e dall’azione che ha un fine che è quasi sempre solo economico, fare qualcosa di improduttivo e antieconomico ha un che di rivoluzionario. E ha tutta la mia attenzione.

Osservare invece che guardare

Io mi sposto quasi sempre camminando. Uso poco la bici e se posso ancor meno la macchina. Da quando tutti siamo connessi e costantemente online mi sono raccontato che potevo quindi impegnare il tempo del tragitto — svariati chilometri al giorno — rispondendo alle mail, leggendo Twitter e Facebook, pubblicando qualche foto su Instagram. Potevo insomma rendere “produttivo” questo tempo. Perché in fondo la strada era sempre quella e non avrei mai avuto nessuna sorpresa se invece avessi alzato lo sguardo da quello schermo.

Negli ultimi mesi ho invece lasciato il cellulare in tasca e mi sono guardato più intorno. A volte non succedeva niente e l’oggi assomigliava molto a quello che avevo visto ieri. Avrei fatto meglio a controllare la posta? A vedere come andava la mia foto su Instragram? A deprimermi o a considerare con sprezzante superiorità chi non aveva colto la raffinatezza di quella composizione di ombre e quindi avrei fatto meglio ad accumulare frustrazione per non essere stato riconosciuto come un artista di incontrastato acume o a deliziarmi perché invece, o santi numi, finalmente qualche manciata di persone aveva colto il senso di alienazione di quella poltrona abbandonata vicino a un cassonetto dell’immondizia che avevo fotografato e pubblicato non prima di averla post-prodotta con Snapseed e VSCO?

Mi sono accorto invece di essere ormai una vittima più o meno inconsapevole delle endorfine stimolate dai social: non volevo solo condividere ma soprattutto cercavo l’effetto che mi procurava la sensazione di essere riconosciuto come uno che dice cose interessanti, che fa foto interessanti, che è interessante.

Ma era davvero quello che cercavo? Cosa mi restava in mano svanito l’effetto dello shot adrenalinico?

Quindi ho iniziato a dirmi sempre più spesso “Chi se ne frega”. A lasciare il cellulare in tasca. A non controllare come vanno i titoli di me stesso alla evanescente borsa dei social, a non curarmi se c’è davvero qualcuno che ascolta, legge, guarda. Perché nella maggior parte dei casi non c’è nessuno ed è giusto così:

I social ci illudono di essere in contatto con centinaia di persone e, in un certo senso, è così. Ma la verità è che non ci si conosce, non ci interessa come sta Tizio o Caio, ci dimentichiamo gli uni degli altri. Perché siamo estranei e continuiamo a esserlo, connessi o meno. E va benissimo così.

Il fregarsene di queste cose mi ha portato ad avere molto più tempo libero. In un certo senso sono tornato indietro di parecchi anni, quando l’essere online era un concetto inesistente e quando godevamo di una libertà di cui ci siamo dimenticati: quella di non essere raggiungibili, quella di essere fuori, a fare altre cose, non nel flusso, dilla come vuoi. Chiamiamo libertà quella che abbiamo con i cellulari e le reti ma sarebbe più giusto definirla comodità: possiamo trovare più facilmente la strada e sapere cosa significa “Pareidolia” (significa vedere cose nelle cose, cioè vedere oggetti non reali in oggetti reali); possiamo ricordarci del compleanno di Paolo e fare una bella figura facendogli gli auguri, possiamo comprare il biglietto del treno stando seduti sul water ed editare una foto aggiungendoci degli effetti di luce che manco Dio saprebbe creare (e lui è parecchio bravo a fare queste cose). Non chiamiamole però libertà perché per averle abbiamo rinunciato consapevolmente o meno a cose che davamo per scontate qualche decennio fa.

  • Non abbiamo più una privacy (chiedilo ad Amazon, lo scrutatore del tuo inconscio consumista)
  • Siamo socialmente obbligati a essere sempre presenti, a pensare costantemente agli altri
  • Siamo sempre sottoposti al giudizio altrui, per quel che diciamo, facciamo, ascoltiamo e anche quello che non diciamo, facciamo, ascoltiamo
  • Dobbiamo sempre avere un’opinione
  • I nostri spostamenti sono tracciati, registrati, indelebilmente fermati nella memoria universale

La macchina del tempo

Vorrei riprendermi un po’ di quelle libertà, ecco il mio buon proposito per il 2018. E ho l’impressione di non essere l’unico.

Frequentando assiduamente Twitter, Facebook, Instagram — sia perché mi piace sia perché devo farlo per lavoro — ho l’impressione che li si stia usando sempre meno.O forse con più parsimonia. Magari ci sono sempre le stesse persone, magari ce ne sono pure di più. Però scrivono meno, discutono di meno, fanno meno cose. E, ancora una volta, va benissimo così. Anche questa è un’evoluzione di un mezzo di comunicazione che ha superato l’ubriacatura iniziale e che ora sta maturando nella sua dimensione reale: gli esseri umani hanno anche una dimensione fisica e non solo una digitale, anche se per anni ci si è illusi che la seconda potesse sostituire la prima.

Non so quanto durerà ma per ora leggo di più, guardo più film, non rispondo subito a un messaggio, non rispondo del tutto ad altri, quando cammino guardo le persone e ascolto gli uccelli cantare. Ce ne sono tantissimi anche in inverno, chi l’avrebbe mai detto. Si sentono pure meglio forse perché sono di meno.

Ma in mente ho un progetto magnifico, ed è la vera sostanza del mio 2018.

Annoiarmi

I romani l’avrebbero chiamato “otium”, cioè un lasso di tempo durante il quale “non si svolge alcuna attività produttiva”, come dice la definizione.

Ecco: più che essere offline o fregarmene di quel che pensa questo o quella, nel 2018 ho deciso di oziare di più e soprattutto di non essere produttivo, almeno secondo la definizione economica del termine.

Arriva un momento in cui ti chiedi che senso ha fare una cosa e farne un’altra e poi altre ancora misurandone la qualità con un solo metro: quello economico. Intendiamoci: spesso è un buon criterio per scegliere se vale la pena di fare A o B ma se poi le metti in fila cosa ti resta? Hai fatto davvero qualcosa per te, a parte procurarti la pagnotta? E quando ti fermi? Quando puoi dire “Basta” e fare una cosa che ti piace e che non ti fa guadagnare niente?

Ho deciso già da un paio di anni per esempio di fare ogni giorno una cosa che non mi procura guadagno ma che mi ha dato moltissime soddisfazioni: disegnare ogni giorno. Ho deciso insomma di avere una disciplina precisa e inflessibile che mi obbliga a disegnare tutti i giorni. A creare ogni giorno. A fare una cosa diversa ogni giorno. A non ripetermi mai. Ci vuole costanza, esercizio, abnegazione. Devi farlo anche se non hai voglia, perché la ricompensa è andartene a letto ogni giorno contento perché hai fatto una cosa con le tue mani e la tua mente e facendola eri assorbito completamente: focalizzato, concentrato, nel presente.

Non siamo mai — o quasi mai — interamente immersi nel presente. Viviamo ora e adesso ma pensiamo a cosa fare subito dopo, a cosa è accaduto poco prima. Ma è un discorso vecchio, no? Fare cose che assorbono completamente la nostra attenzione è invece il modo per essere assoluti, cioè presenti in questo esatto momento. Non è detto che ci sia bisogno di disegnare. A me capita anche correndo o cucinando (cosa a cui mi applico con devozione inversamente proporzionale ai risultati). Curiosamente mi capita sempre quando non faccio cose produttive.

Quando faccio cose “inutili” sto realmente vivendo.

Il fiume se ne frega

La più grande rivelazione della mia vita mi accadde un giorno qualsiasi. Ero in auto e stavo tornando a casa. Invece che proseguire per la solita strada decisi di girare e percorrere un po’ di argine dell’Adige. Trovai una strada che scendeva verso il fiume e parcheggiai l’auto. Camminai fino a pochi metri dall’acqua e mi fermai a guardare il fiume che scorreva. Pensai che avevo sempre dato per scontato che scorresse esattamente nel senso opposto. Le cose scontate non lo sono mai. Poi guardai gli alberi sull’altra sponda. Quella era la Natura. Ci ero immerso e le ero completamente indifferente. Capii che alla Natura di noi non gliene frega niente.

Invece che sentirmi minuscolo e rattristato da questa considerazione mi sentii sollevato, libero, felice. La sua indifferenza era un dono inestimabile: mi diceva che per cogliere le differenze dovevo fermarmi e guardare. Non fare, non dire, non voler ribadire la mia esistenza. Non puntare i piedi. Non pretendere.

Guardare, capire. Sapere chi si è, innanzitutto. Indifferenti alla natura. Amati da altri. Ignorati dai più. Noi stessi. Ero felice su un argine di un fiume, guardando degli alberi che non mi guardavano. Come avrebbero potuto infatti? Ogni cosa al suo posto, come è giusto che sia.

Fermarsi. Guardare. Leggere. Essere qui, ora.

Buon 2018.