Un titolo ambizioso

Il video di Spike Jonze che pubblicizza l’Homepod di Apple ha suscitato una surreale conversazione fra me e alcuni amici su Twitter. Arrivando a toccare tematiche che non credo fossero nella mente di Spike Jonze, tipo il senso della vita.

Nel video si vede una ragazza che prende la metro per tornare a casa. È triste e frustrata, forse per il lavoro, forse per la vita in genere. Entra in casa e dice a Homepod di suonare una canzone che le piace. Si versa un gin tonic e inizia ad ascoltare, sconsolata e pensierosa. Fino a che non si rende conto che inclinando il bicchiere il liquido non resta a livello, ma segue l’inclinazione del contenitore. E che trascinandolo sul tavolino questo si allunga. E che un gesto delle mani può dilatare lo spazio. E la ragazza inizia a ballare e a modificare lo spazio angusto del suo piccolo appartamento, fino a incontrare la sua immagine riflessa, a rifiutarla in un primo momento e ad accettarla poi.

Questa l’idea del video. Buona, ottima, interessante, geniale, banale, triste. Ognuno può pensarne ciò che vuole e infatti le interpretazioni sono state diverse: in fondo lei ha una vita triste e non è che un Homepod gliela possa cambiare, oppure che l’arte cambia la percezione della realtà e la migliora perché fa vedere una “realtà oltre” quella oggettiva.

Ma portando il discorso all’estremo si giunge anche a un’altra conclusione possibile, esattamente come in un viaggio noioso ci si chiede quando è il prossimo autogrill, quanto manca, dove stiamo andando e se Dio esiste (mai fatto questo gioco?).

Nella vita della ragazza ci si possono riconoscere molte persone: chiunque abbia problemi di varia natura, chiunque soffra di solitudine, chiunque si chieda alla fine che ci stiamo a fare su questo pianeta. Ci salverà produrre e fare soldi? Oppure ci salverà l’arte? Darà infine un senso alla nostra esistenza su questa sfera celeste?

Non so se in molti giungano a dare questo nome o questa spiegazione a quella certa frustrazione o senso di incompletezza che ti prende qualche volta nella vita. Per cosa lo sto facendo? Che cosa sto facendo? Dove sto andando? Forse molti attribuiscono questo vago disagio a cause esogene: i soldi, le relazioni, la società. È naturale e comprensibile collocarsi mentalmente in un sistema formato da questi diversi elementi perché siamo animali sociali e pensiamo che il nostro benessere (o malessere) siano definiti da cause esterne a noi stessi.

Poi ci sono quelli che hanno capito che l’equilibrio o meno che si stabilisce con ciò che è esterno da sé stessi dipende solo dall’equilibrio interiore. Non puoi essere amato se non ami te stesso, non puoi essere rispettato se non rispetti te stesso e tutte queste cose vere anche se forse un po’ troppo inflazionate, tritate e sputate fuori dalla cultura del benessere mentale e dalla new age.

Vista in altri termini però la questione non è così semplice come trovare una nuova disciplina orientale a cui aderire per essere in pace, in piena mindfulness o come si chiama ora. Si dice non a caso che si adottano degli stili di vita: è un modo per dire che si segue un certo codice (morale, religioso, spirituale, alimentare) per realizzare un certo modello di esistenza che, si spera, conduca a un certo equilibrio.

Sono tutti metodi leciti e forse anche efficaci che eludono la domanda di fondo: cosa ci stiamo a fare qui? Che senso ha la vita?
Qual è il motivo e lo scopo della nostra vita?

Non lo so. George Carlin ne dava una spiegazione intelligente e perfettamente autoreferenziale (o autoreferenziata):

Il senso della vita è la vita stessa.

Non è tranquillizzante e non spiega molto in realtà se non che forse il fatalismo e l’accettazione sono dei modi saggi di vivere.

Il problema di fondo è, credo, che questo interrogarsi e frustrarsi dell’uomo moderno — o almeno di quello con una certa coscienza — sia la rappresentazione della sua crisi più profonda, cioè il non avere più un Dio. Non voglio dire che ci voglia Dio. Non voglio dire che ci voglia una qualsiasi divinità. Non voglio dire che Dio sia la risposta. Dico che Dio è una risposta. Era una risposta, meglio dire.

Dio dava un motivo e una spiegazione. Era qualcosa o qualcuno in cui credere. In cui avere fede, anzi, che non è credere come credi alla bontà di una spiegazione matematica ma è credere a dispetto della mancanza di spiegazioni razionali.

Avere fede è crederci anche se non ci sono elementi per farlo.

Questa non è un’apologia della religione, è una constatazione. La religione è una risposta — molto, tremendamente e infinitamente incompleta — al quesito ultimo che ti pone la spiritualità: se non siamo solo materia cosa siamo?

Dio è morto e stiamo ancora cercando qualcuno o qualcosa che prenda il suo posto. Per questo dico che essere atei è una grande fatica: se ti comporti correttamente verso gli altri non hai nemmeno la ricompensa del paradiso. Se non credi a Dio puoi credere solo in te stesso e con te finirà tutto ciò in cui hai creduto. Il senso della vita sei te stesso e quello che lasci.

Buon lavoro.