“Veleno” è un podcast su un atroce fatto di cronaca accaduto 20 anni fa. Magistralmente scritto, narrato, musicato.


Esistono storie belle o brutte ma non conta molto. Conta come sono raccontate e conta soprattutto quanto riescono a infilartisi nel cervello e dentro i ricordi fino a farti vagare in dimensioni emotive nelle quali non ti avventuri mai. Quanto più forte è la storia, quanto più riesce a stimolare il meccanismo dell’immedesimazione e dell’empatia, tanto più la sua forza è dirompente.

Ho ascoltato il magnifico — tremendamente e tragicamente magnifico — podcast “Veleno” in rapida sequenza. Non riuscivo a smettere di farlo e si sa che certe cose, queste cose, accadono solo quando il cervello distratto solitamente da mille pensieri improvvisamente si mette a inseguire solo un dettaglio, solo una voce. Perché è importante e dice qualcosa che gli interessa. Ecco: direi che il motivo principale che mi ha costretto a seguire la narrazione di quelle tragiche e atroci vicende di 20 anni fa è che ci sentivo qualcosa di personale. Non conosco nessuna vicenda simile né persone che ne abbiano sofferto. Quel genere di tragedia mi è così distante che se me l’avessero distrattamente riferita l’avrei collocata in un’epoca storica lontanissima, tanto sembrano quei fatti oscuri, medievali, così poco attuali.

Eppure accadeva 20 anni fa. Ho ripensato a dove fossi e cosa stessi facendo 20 anni fa quando questi 16 bambini vennero allontanati dalle famiglie per essere messi al sicuro in istituti o in famiglie affidatarie. Ero all’università, a Ferrara. Non tanto distante dal paese di Massa Finalese dove accadde tutto: 36 km, 45 minuti in auto. La vita mi sembrava normale e lo era ma poco distante succedevano cose che non si possono immaginare, fatte non dai sospettati ma da chi doveva proteggere la gente. Questo mi faceva impazzire mentre ascoltavo: che il male può venire da dove mai penseresti.

Per questo le vicende che Pablo Trincia narra così magistralmente mi sembrano ancora più strane, incredibili eppure reali. Non conosco Massa Finalese eppure dalle sue parole e dalle descrizioni è come se ci fossi stato mille volte perché è identica ai paesi che conosco: la chiesa, la piazza, la campagna attorno, la gente che si conosce, le chiacchiere, i soprannomi, le dicerie. Un teatro umano in cui ognuno ha un ruolo ben definito: la maestra delle elementari, il prete, il sindaco, il salumiere, l’operaio, l’edicolante. Se dovesse essere una pièce teatrale non dovrebbe mancare nessuno di questi personaggi. E a Massa Finalese c’erano tutti, assieme a quei 16 bambini allontanati dalle famiglie in seguito alla testimonianza di uno di loro che riferì di riti satanici consumati nel cimitero di paese sotto la guida di adulti che li costringevano a dissotterrare cadaveri, a profanarli e ad ucciderne altri innocenti.

Di cui però non c’è traccia. Nessuna denuncia di scomparsa né tantomeno di morte. Come se fossero state uccise persone mai esistite. Bambini squartati il cui sangue sarebbe stato fatto bere ai piccoli, spietati e plagiati esecutori, che non sono mai esistiti. Eppure i magistrati assieme ai periti del tribunale, ai servizi sociali di Mirandola e a uno stuolo di medici, ginecologi e psicologi decidono di credere ai loro racconti. Sembrano dettagliati e concordanti e poi i bambini non mentono. Famiglie distrutte a cui vengono sottratti anche 4 figli (come ai coniugi Covezzi), vite distrutte, minate, corrotte, destinate a implodere nel sospetto di aver causato morte, di essere stati plagiati a farlo, di essere stati infine abbandonati dalle proprie famiglie. Traditi in ogni senso: adulti e bambini, genitori e figli. Traditi da chi ti deve accudire, traditi dalla società e dal paese.

Pablo Trincia e la coautrice Alessia Rafanelli riescono a mantenere un approccio lucido e obiettivo rispetto a questa allucinante vicenda anche quando è più difficile umanamente non provare empatia o repulsione per i protagonisti, sospettati o meno che siano. Quando incontrano in Francia Lorena Covezzi— che vi si è rifugiata con il quinto figlio di cui scopre di essere incinta dopo quel maledetto novembre del 1998 quando le portarono via i primi quattro figli — è palpabile il calore umano che questa donna fortissima riesce a trasmettergli. È chiaro che non possono che sentirsi emotivamente legati a lei. Eppure di fronte ai probabili responsabili di questo abominio, cioè i servizi sociali di Mirandola, i periti del tribunale, i giudici stessi, Trincia e la Rafanelli mettono la verità dei fatti o l’incertezza delle perizie e delle supposizioni formulate dall’accusa, trasformate in dogma per dimostrare una tesi: quella del male che corruppe dei bambini, improvvisamente, 20 anni fa.
Non c’è aggressività da parte loro: vogliono chiedere e capire come è possibile che chi doveva difendere degli innocenti abbia finito per creare delle vittime. Come potè accaddere che il male da cui le istituzioni dovevano difendere quelle persone finì per usarle come strumento per compiere un diabolico piano?

La tesi — molto condivisibile — è che un insieme di fattori abbia innescato un meccanismo perverso che portò a suggestionare i bambini e a fargli credere che cose mai accadute fossero vere, fino a fargli confessare delitti e a fargli accusare adulti innocenti di violenze atroci.

Se il male esiste, quell’anno operò come un perfetto perverso meccanismo in quella piccola cittadina del modenese. Distrusse intere famiglie, negò ai genitori di rivedere i propri figli per sempre (alcuni di questi morirono nel frattempo, una si suicidò, il prete del paese — il rispettato e limpido Don Govoni, indicato da alcune ricostruzioni come la mente diabolica e ultima solo per un paio di scarpe e l’uniforme che portava, la tunica appunto, morì di crepacuore nello studio del suo avvocato). Un numero di morti e un esplosione di dolore inutili ed evitabili.

Se qualcuno si fosse chiesto come poteva un gruppo di decine di persone muoversi verso un cimitero e compiervi efferatezze senza essere notato da nessuno.
Se qualcuno si fosse chiesto se suggerire la risposta che sapeva tanto di confessione a un bambino fosse davvero una buona tecnica di interrogatorio.
Se qualcuno avesse mantenuto più lucidità rispetto al clima sociale isterico che vi era a quel tempo verso la pedofilia (in quegli anni si scoprirono le atrocità belghe e si diffuse una psicosi collettiva, quasi come se tutto e tutti congiurassero contro i bambini).
Invece il giudizio era sospeso. Vigeva uno stato d’emergenza, di allucinazione collettiva. Il solo sospetto si traduceva nell’allontamento dei bambini dalle famiglie, nello smembramento delle stesse. Nella loro fine.

Il male esiste? Gli uomini possono essere strumenti del male? O esistono forse solo coincidenze e fatti che lo fanno pensare ma è solo una piega che prende un certo giorno la realtà, trascinando con sé famiglie intere?

Il sentimento che ti resta dopo aver ascoltato Veleno — ed è un ascolto pesantissimo, che ti prova molto — è che non siano solo l’ingiustizia, le connivenze, le incompetenze e le presunzioni delle istituzioni ad aver creato questo mostro giuridico e tutta questa sofferenza. È l’idea ancor più straziante che potrebbe succedere ancora. Potrebbe succedere a me, a te, a tutti noi. Colpevoli o meno. Il male ti sta guardando e chissà, forse distoglierà lo sguardo e andrà altrove, oppure prenderà proprio te. Puoi essere bravo e onesto ma forse non servirà a niente.

Questo è un male più disumano: non è una malattia, non è una tragedia come purtroppo può a volte accadere. Non ti permette il recupero, è definitivo e peggiore: è una condanna a morte che ti lascia in vita.

Puoi continuare a vivere ma non rivedrai mai più i tuoi figli. Puoi continuare a vivere ma porterai sempre dentro di te il sospetto o la certezza di aver ucciso qualcuno quando eri un bambino. Vivere essendo morti dentro.

L’ho ascoltato in due fasi diverse: la prima al chiuso, in un ambiente protetto. La seconda in treno e camminando in città. Ne ho avuto due sensazioni apparentemente opposte, ma non poi tanto: guardavo chi incrociavo con sospetto, come se da chiunque potesse venire un male che non potevo immaginare e prevedere, proprio come quelle famiglie. Allo stesso tempo provavo empatia per quelle stesse persone e i loro drammi o le loro vite. Non sapevo niente di loro e il non sapere cosa fosse quello che si portavano dentro — la tristezza, i lutti, le delusioni, forse anche le violenze che io fortunatamente non ho mai conosciuto — me li ha fatti rispettare. O almeno ho guardato quello che aspettava con me che il semaforo diventasse verde con un occhio diverso: non lo conoscevo e non l’avrei mai più rivisto, ma lo vedevo come un essere umano.

Veleno dice del male ma credo che il suo messaggio più profondo sia anche un altro: forse il male non esiste, forse esistono solo le cose a cui diamo un nome. Forse a volte queste cose assomigliano tantissimo al male. Eppure se ci guardiamo come esseri umani, se troviamo empatia con gli altri potremmo evitare le incomprensioni e i soprusi. Potremmo evitare un’altra allucinante vicenda del genere.


Lascio in calce la critica più tecnica su questo podcast, perché poco c’entra con quanto scritto prima, eppure trovo giusto ci sia.

Veleno dimostra che si può e si deve fare questo tipo di giornalismo e che lo si può realizzare anche in Italia a un livello che non ha niente da invidiare agli straordinari Serial o S-Town o simili. Veleno è prodotto perfettamente: ha testi stupendamente scritti, ha musiche di Gipo Gurrado che ti scavano solchi nella memoria, usa ogni elemento della narrazione sonora (voci originali, rumori, musiche, dettagli dell’ambiente acustico) in modo da essere più espressivo di un film o di un libro. Questa è anche la forza del podcast e della narrazione orale: che richiede una partecipazione attiva dell’ascoltatore che elabora mentalmente le vicende narrate, riferendole visivamente a quanto conosce e quindi facendole più proprie. Dal realismo di un film puoi prendere le distanze perché quella non è casa tua, non è la tua città e quelle persone sullo schermo tu non le conosci. Ma quando una cosa te la raccontano e quelle strade e quelle persone te le fanno vedere e le riconosci come molto simili a persone che conosci — quando insomma l’immaginazione ha trovato un appoggio nella tua memoria e ha creato nella tua mente gli oggetti di quella narrazione — tu sei trascinato in quel racconto e quelle vite di altre persone diventano la tua o qualcosa di molto vicino a te.

Una storia ben narrata non ti lascia scampo, e Veleno è questa storia.