Com’è quest’ultima stagione?

Partendo dal presupposto che Black Mirror è una delle serie televisive più belle e interessanti degli ultimi 83 secoli, sotto che luce si può valutare — ammesso che ce ne sia bisogno — questa quarta e ultima?

Alcuni ne sono rimasti delusi, altri l’hanno trovata ok. Non ci sono molti entusiasti, forse perché una stagione la si può valutare in senso assoluto oppure in relazione alle precedenti (o seguenti) stagioni. Pure il giustamente osannato Breaking Bad non ebbe un andamento lineare: non tutte le stagioni erano perfette, non tutte erano allo stesso livello. Tra le 5 complessive (anche se la 5a venne mandata in onda in due fasi successive, quindi nel ricordo ce ne furono 6 complessive) alcune riuscirono meglio di altre. Ed è giusto così.

Black Mirror gioca in un campionato a parte perché non si tratta di un’unica vicenda narrata in diverse fasi. Ogni puntata è a sé stante e ogni stagione racconta storie diverse fra di loro.

Un filo comune le lega: si tratta di visioni del futuro, di possibili indagini sul dove stiamo andando. La prima stagione era del 2011. Io la guardai molti anni dopo e mi accorsi di una cosa che fu chiara a tutti molto presto: quello che poteva sembrare un ipotetico, allucinante ma improbabile futuro nel 2011 era stato superato dalla realtà del 2017. Era comprensibile insomma che chi scoprì questa serie con ritardo come me non la guardasse più con l’occhio incuriosito ma poco coinvolto di chi pensa che le cose non andranno mai così. Le cose che il suo autore Charlie Brooker aveva inventato nel 2011 si erano puntualmente verificate. Come ha riassunto perfettamente Lorenzo Fantoni:

Il problema è che ormai Black Mirror è passato dalla fantascienza al documentario.

Non si trattava più insomma di fiction ma della documentazione in tempo reale di quello che stavamo vivendo.

Non guardavamo più Black Mirror perché ci indicava cosa non dovevamo fare per evitare di fare implodere il pianeta Terra ma stavamo guardando l’esplosione del mondo in televisione, mentre ci stavamo seduti sopra.

Black Mirror ha molti meriti e ne cito solo due perché mi sembrano i più significativi: la capacità di preconizzare il futuro e quella di raccontare storie. Sulla prima ho già detto sopra, sulla seconda spendo due righe.

Le storie raccontate in questa serie sono già interessanti di per sé perché ci riguardano direttamente anche quando non pare e poi perché sono narrate in maniera perfetta. La capacità di Brooker e dei vari registi che si alternano è quella di raccontarle mantenendo sempre la stessa grammatica e gli stessi punti fermi. Il futuro è mescolato a un presente riconoscibile e si confonde con la realtà reale da cui si discosta solo per dettagli, tipo la tecnologia che i personaggi usano; molti altri dettagli, come le automobili, le case, i vestiti sono attuali e fanno chiedere in continuazione allo spettatore se sta guardando qualcosa di contemporaneo o meno. Brooker ti fa credere quindi di parlare del presente e quando ne sei finalmente persuaso sposta il tempo dell’azione nel futuro. Un futuro che, si è scoperto con gli anni, è diventato presente, anzi: è stato superato dal presente in quanto a spietatezza e atrocità.

Questo artificio narrativo è presente in ogni stagione e caratterizza molto questa serie. Serve a destabilizzare il meccanismo interpretativo dell’osservatore: non stabilisce mai un limite netto fra storia e realtà, fra futuro e contemporaneità. Questo delicato equilibrio è anche, non a caso, quello che ha fatto sempre più assomigliare negli anni Black Mirror a un documentario più che a una fiction.

Anche in questa quarta stagione la tecnica narrativa non cambia. Cambiano le storie, i volti e i luoghi ma c’è sempre questa ambiguità più o meno evidente fra realtà e finzione.
Perché tanti ne sono rimasti quindi delusi?

Credo che Brooker avesse due strade di fronte: giocare continuamente al rilancio al tavolo del pessimismo e del cinismo, finendo per prenderci come suo solito ma costringendo lo spettatore in un angolo di disperazione oppure usare l’ironia, come nel primo episodio. Un’ironia cinica e spietata, ma che almeno riporta su un diverso livello narrativo l’intera serie. È un po’ come se ci avesse detto “So predire il futuro, anzi: sto raccontandovi il vostro presente. Però preferisco raccontare storie”.

Brooker ha scelto insomma di continuare a raccontare storie con lo stesso tono che ha sempre avuto, senza caricarle ulteriormente fino a non darci più vie di fuga. Del resto ha dichiarato lui stesso di “non sapere quanta voglia ci sia in giro per altro cieco nichilismo”.

Ha voluto quindi riportare il discorso più dalla parte della fiction che del documentario. Che sappia prevedere il futuro lo si è già capito, ma forse non voleva raccontare storie che lo spettatore potesse percepire come più reali della realtà.

Per questo la quarta stagione ha deluso molti:

Ormai si guarda Black Mirror per capire quanto manca alla fine della nostra cultura. Questa volta invece Brooker non ci ha dato risposte, non ci ha fatto nemmeno delle domande. Non ha girato dei documentari. Ha fatto fiction, cioè ha raccontato storie.

P.S.: non posso esimermi dal commentare però il 3° episodio: “Crocodile” è di gran lunga il più scarso, scritto male e insulso di tutti. Una storia inutile che non si capisce cosa c’entri col resto se non per metterci un episodio in più e fare un numero 6 tondo tondo.